Non ti vergogni di essere più vile e meno nobile degli schiavi fuggitivi? Come fanno quelli, quando fuggono e lasciano i padroni? Su quali campi fanno affidamento, su quali servi? Non sottraggono forse appena quanto basta per i primi giorni e poi si mettono in cammino per terra o per mare, escogitando un mezzo dopo l’altro per mantenersi?
Diatriba III.26 — A quelli che temono di restare senza il necessario
E quale schiavo fuggitivo è mai morto di fame? Tu invece tremi al pensiero che ti possa mancare il necessario e passi le notti senza dormire.
Disgraziato, sei così cieco da non vedere dove conduce la mancanza del necessario? Dove conduce? Là dove conducono anche la febbre o una pietra che ti cade addosso: alla morte. Non lo hai forse detto molte volte tu stesso ai compagni? Non hai letto molte cose del genere e non ne hai scritte molte? Quante volte ti sei vantato di essere abbastanza preparato, almeno di fronte alla morte?
— «Sì, ma anche i miei soffriranno la fame.» — E allora? La loro fame conduce forse da qualche altra parte? Non è forse la stessa discesa, non sono forse le stesse cose laggiù?
Non vuoi dunque guardare con coraggio, di fronte a ogni povertà e mancanza, verso quel luogo nel quale dovranno scendere anche i più ricchi, quelli che hanno ricoperto le più alte cariche, gli stessi re e tiranni: tu, se così capita, morendo di fame, loro scoppiando per indigestione e ubriachezza?
Quale mendicante hai mai visto, salvo rare eccezioni, che non fosse vecchio, anzi vecchissimo? Eppure, patendo il freddo notte e giorno, gettati a terra e mangiando appena il necessario, arrivano quasi al punto che pare non possano nemmeno morire.
E tu, uomo integro, con mani e piedi, temi così la fame? Non puoi attingere acqua, non puoi scrivere, fare il pedagogo, custodire la porta di qualcun altro? — «Ma è vergognoso arrivare a una simile necessità.» — Impara dunque anzitutto quali cose siano vergognose, e poi vieni a dirci che sei filosofo. Per ora, neppure se qualcun altro ti chiama così, tolleralo.
È forse vergognoso per te ciò che non è opera tua, di cui non sei causa, che ti è capitato indipendentemente da te, come un mal di testa o una febbre? Se i tuoi genitori erano poveri, oppure erano ricchi ma hanno lasciato altri eredi e, finché vivono, non ti aiutano in nulla, queste cose sono forse vergognose per te?
Questo hai imparato dai filosofi? Non hai mai sentito che ciò che è vergognoso è biasimevole, e ciò che è biasimevole merita biasimo? E chi si biasima per un’azione che non è sua, che non ha compiuto lui stesso?
Sei stato tu a fare tuo padre così com’è? Oppure puoi correggerlo? Ti è dato questo potere? E allora? Devi desiderare ciò che non ti è dato e vergognarti se non lo ottieni?
Così dunque, mentre filosofavi, ti sei abituato a guardare agli altri e a non sperare nulla da te stesso?
E allora lamentati e gemi, e mangia tremando che domani possa mancarti il cibo; trema per i tuoi poveri schiavi, che uno rubi, fugga o muoia.
Vivi così e non smettere mai, tu che ti sei accostato alla filosofia soltanto di nome e, per quanto dipende da te, ne hai disonorato i principi mostrandoli inutili e senza beneficio per chi li apprende. Non hai mai desiderato fermezza, imperturbabilità, libertà dalle passioni; per questo non hai cercato nessuno, mentre per i sillogismi ne hai cercati molti. Non hai mai messo davvero alla prova su te stesso nessuna di queste rappresentazioni: «Posso sopportarlo oppure no? Che cosa mi resta?»
No: come se tutto in te andasse bene e fosse al sicuro, ti sei occupato dell’ultimo ambito, quello della stabilità, per rendere stabili che cosa? La viltà, l’ignobiltà, l’ammirazione per i ricchi, il desiderio che non raggiunge il suo scopo, l’avversione che incappa in ciò che vuole evitare. Di mettere al sicuro queste cose ti sei preoccupato.
Non dovevi prima acquisire qualcosa grazie alla ragione e poi consolidarlo? Chi hai mai visto costruire una merlatura senza avere un muro da coronare? E quale portinaio viene messo davanti a una porta che non esiste?
Tu invece ti eserciti a saper dimostrare. Che cosa? Ti eserciti a non essere smosso dai sofismi. Ma da che cosa?
Mostrami anzitutto che cosa custodisci, che cosa misuri o che cosa pesi; poi mostrami la bilancia o la misura.
Fino a quando misurerai la cenere? Non sono forse queste le cose che devi dimostrare: quelle che rendono gli uomini felici, che fanno procedere le loro cose come vogliono, grazie alle quali non bisogna biasimare nessuno, accusare nessuno, ma obbedire al governo dell’universo? Mostrami queste.
«Ecco, te le mostro», dice, «ti risolverò dei sillogismi.» Questo è lo strumento di misura, schiavo; non è ciò che va misurato.
Per questo ora paghi il fio di aver trascurato la filosofia: tremi, non dormi, chiedi consiglio a tutti; e se le tue decisioni non sembrano destinate a piacere a tutti, pensi di aver deciso male.
E poi credi di temere la fame. Ma tu non temi la fame: temi di non avere un cuoco, di non avere un altro che faccia la spesa, un altro che ti metta le scarpe, un altro che ti vesta, altri che ti massaggino, altri che ti seguano,
così che al bagno, dopo esserti spogliato e disteso come un crocifisso, ti massaggino da una parte e dall’altra; e poi l’addetto al massaggio, stando lì accanto, dica: «Giralo, porgi il fianco, prendigli la testa, presenta la spalla»; e poi, tornando dal bagno a casa, tu possa gridare: «Nessuno porta da mangiare?»
e poi: «Portate via le tavole, passate la spugna». È questo che temi: di non poter vivere la vita di un malato. Impara invece come vivono quelli sani: come vivono gli schiavi, come gli operai, come quelli che filosofano davvero; come visse Socrate, per di più con moglie e figli; come Diogene; come Cleante, che insieme studiava e attingeva acqua.
Se vorrai avere queste cose, le avrai ovunque e vivrai con fiducia. Fidandoti di che cosa? Dell’unica cosa di cui è possibile fidarsi: ciò che è leale, non impedito, non sottraibile, cioè la tua scelta morale.
E perché ti sei reso così inutile e incapace di giovare, che nessuno voglia accoglierti in casa né prendersi cura di te? Se un utensile integro e utile fosse gettato fuori, chiunque lo trovasse lo raccoglierebbe e lo considererebbe un guadagno; te invece nessuno, ma tutti ti considererebbero una perdita.
Non riesci dunque a renderti utile neppure come un cane o un gallo? Perché vuoi ancora vivere, se sei così?
Un uomo buono teme forse che gli manchi il cibo? Non manca ai ciechi, non manca agli zoppi: mancherà a un uomo buono? A un buon soldato non manca chi gli dà la paga, né a un operaio né a un calzolaio; e mancherà all’uomo buono?
Dio trascura dunque così le proprie opere, i propri servitori, i propri testimoni, dei quali soltanto si serve come esempi davanti agli uomini privi di educazione, per mostrare che esiste, che governa bene l’universo, che non trascura le cose umane e che per l’uomo buono non vi è alcun male né da vivo né da morto?
— «E allora, quando non gli procura il cibo?» — Che altro significa, se non che, come un buon generale, mi ha dato il segnale della ritirata? Obbedisco, seguo, acclamando il comandante e celebrando le sue opere.
Sono infatti venuto quando è parso bene a lui, e me ne andrò di nuovo quando parrà bene a lui; e finché vivevo questo era il mio compito: celebrare Dio, da solo, davanti a una persona e davanti a molti.
Non mi dà molte cose, non me ne dà in abbondanza, non vuole che viva nel lusso. Neppure a Eracle, suo figlio, le dava: un altro regnava su Argo e Micene, mentre lui riceveva ordini, faticava e si esercitava.
Ed Euristeo era quello che era: non era re né di Argo né di Micene, lui che non era neppure re di se stesso. Eracle invece era sovrano e guida di tutta la terra e del mare, purificatore dell’ingiustizia e dell’illegalità, introduttore della giustizia e della pietà; e faceva tutto questo nudo e solo.
E Odisseo, quando fu gettato a riva dopo il naufragio, fu forse umiliato dalla mancanza di mezzi, ne fu forse spezzato? Come andò invece dalle fanciulle a chiedere il necessario, ciò di cui sembra vergognosissimo aver bisogno da un altro? «Come un leone cresciuto sui monti.» In che cosa confidava?
Non nella fama, né nel denaro, né nelle cariche, ma nella propria forza, cioè nei giudizi su ciò che dipende da noi e su ciò che non dipende da noi.
Sono infatti soltanto questi giudizi a rendere gli uomini liberi, a renderli non impediti, a far rialzare il capo di chi è abbattuto, a far guardare dritto negli occhi i ricchi e i tiranni.
E questo era il dono del filosofo. Tu invece non uscirai pieno di fiducia, ma tremando per i tuoi vestitini e le tue argenterie? Disgraziato, hai sprecato così tutto il tempo trascorso finora?
«E allora, se mi ammalo?» — Ti ammalerai bene. — «Chi si prenderà cura di me?» — Dio, gli amici. — «Starò disteso sul duro.» — Ma come un uomo. — «Non avrò un alloggio adatto.» — E allora ti ammalerai in un alloggio inadatto. — «Chi mi preparerà il cibo?» — Quelli che lo preparano anche agli altri. Ti ammalerai come Mane. — «E quale sarà la fine della malattia?»
— Che altro, se non la morte? Ti rendi conto dunque che la radice di tutti i mali per l’uomo, dell’ignobiltà e della viltà, non è la morte, ma piuttosto la paura della morte?
Contro questa dunque esercitati; verso questo tendano tutti i tuoi ragionamenti, gli esercizi, le letture, e saprai che soltanto così gli uomini diventano liberi.