Non lodate né biasimate mai qualcuno in base a ciò che è comune a tutti, né attribuitegli capacità o incapacità; così vi libererete insieme dalla precipitazione e dalla malignità.
Diatriba IV.8 — Contro quelli che si affrettano ad assumere l’aspetto dei filosofi
«Costui fa il bagno in fretta.» Dunque fa male? Non necessariamente.
Che cosa fa, allora? Fa il bagno in fretta. — «Dunque tutto si fa bene?» — Nient’affatto: si fa bene ciò che deriva da giudizi retti, male ciò che deriva da giudizi cattivi. Finché dunque non hai compreso il giudizio da cui uno muove nel fare ciascuna cosa, non lodare né biasimare l’azione.
Ma il giudizio non si riconosce facilmente dalle cose esteriori. «Costui è falegname.» Perché? «Usa un’ascia.» E allora? «Costui è musicista: infatti canta.» E allora? «Costui è filosofo.» Perché?
«Perché porta un mantello e ha i capelli lunghi.» E i ciarlatani che cosa portano? Per questo, se uno vede qualcuno di costoro comportarsi in modo sconveniente, dice subito: «Guarda che cosa fa il filosofo». Dovrebbe piuttosto dire, proprio da ciò che faceva sconvenientemente, che non è un filosofo.
Se infatti questa fosse la prenozione del filosofo e ciò che egli professa — portare un mantello e i capelli lunghi — avrebbero ragione. Ma se la sua professione è piuttosto non commettere errori, perché non gli tolgono il nome di filosofo proprio perché non adempie ciò che professa?
Così facciamo infatti anche con le altre arti. Quando uno vede qualcuno maneggiare male l’ascia, non dice: «A che serve la falegnameria? Guarda che brutte cose fanno i falegnami»; al contrario dice: «Costui non è falegname: usa male l’ascia».
Allo stesso modo, se sente qualcuno cantare male, non dice: «Guarda come cantano i musicisti», ma piuttosto: «Costui non è musicista».
Soltanto con la filosofia accade questo. Quando vedono qualcuno fare qualcosa contro ciò che il filosofo professa, non gli tolgono il nome, ma stabiliscono che è filosofo e poi, ricavando proprio da ciò che fa che si comporta sconvenientemente, concludono che filosofare non serve a nulla. Qual è dunque la causa?
Che abbiamo una prenozione ben definita del falegname, del musicista e allo stesso modo degli altri artigiani, ma non del filosofo; e, poiché la nostra prenozione è confusa e indistinta, lo giudichiamo soltanto dalle cose esteriori.
E quale altra arte viene riconosciuta dal modo di vestire e dai capelli, e non possiede invece anche principi, una materia e un fine?
Qual è dunque la materia del filosofo? Forse il mantello? No, ma la ragione. Qual è il fine? Forse portare un mantello? No, ma avere la ragione in uno stato retto. Quali sono i suoi principi? Forse quelli su come far crescere una lunga barba o una folta chioma? Piuttosto, come dice Zenone, conoscere gli elementi della ragione, quale sia ciascuno di essi, come si accordino fra loro e quali conseguenze ne derivino.
Non vuoi dunque vedere anzitutto se, comportandosi sconvenientemente, adempie ciò che professa, e solo allora accusare la sua pratica? Ora invece, proprio quando tu sei assennato, sulla base delle cose che ti sembra faccia male dici: «Guarda il filosofo», come se fosse appropriato chiamare filosofo chi fa queste cose, e ancora: «Ecco che cos’è un filosofo». Non dici invece: «Guarda il falegname», quando scopri che un falegname commette adulterio o lo vedi ingozzarsi, né dici: «Guarda il musicista».
Dunque, in una certa misura, anche tu comprendi che cosa professa il filosofo; ma poi scivoli e ti confondi per mancanza di esercizio.
Ma anche quelli che vengono chiamati filosofi affrontano la cosa partendo da ciò che è comune: appena indossano un mantello e si lasciano crescere la barba, dicono: «Sono filosofo».
Nessuno invece dirà: «Sono musicista», se compra un plettro e una cetra, né: «Sono fabbro», se si mette un berretto e un grembiule. L’abbigliamento si accorda con l’arte, ma il nome lo ricevono dall’arte, non dall’abbigliamento.
Per questo Eufrate diceva bene: «Per molto tempo cercai di nascondere che filosofavo, e questo mi fu utile. Anzitutto sapevo che, quando facevo qualcosa bene, non lo facevo per gli spettatori, ma per me stesso: mangiavo bene per me stesso, tenevo composto lo sguardo e il passo; tutto per me stesso e per Dio.
Poi, come combattevo da solo, così da solo correvo anche il rischio: se facevo qualcosa di vergognoso o sconveniente, non mettevo in pericolo la filosofia, né, sbagliando come filosofo, danneggiavo la gente comune.
Per questo quelli che non conoscevano il mio proposito si meravigliavano che, pur frequentando tutti i filosofi e vivendo con loro, io stesso non filosofassi.
E che male c’era nell’essere riconosciuto come filosofo da ciò che facevo, e non dai segni esteriori? Guarda come mangio, come bevo, come dormo, come sopporto, come mi astengo, come collaboro, come uso il desiderio, come l’avversione, come conservo senza confusione e senza impedimenti le relazioni naturali o acquisite. Giudicami da questo, se puoi.
Se invece sei così sordo e cieco da non ritenere neppure Efesto un buon fabbro se non gli vedi il berretto in testa, che male c’è a non essere riconosciuto da un giudice tanto sciocco?»
Così Socrate passava inosservato ai più come filosofo, e venivano da lui chiedendogli di presentarli a dei filosofi.
Forse si irritava come noi e diceva: «Non ti sembro filosofo?» No: li conduceva e li presentava, accontentandosi di una sola cosa, di essere filosofo; anzi, era lieto di non sembrarlo e non se ne risentiva. Ricordava infatti quale fosse il proprio compito.
Qual è il compito dell’uomo buono e virtuoso? Avere molti discepoli? Nient’affatto: se ne occuperanno quelli che si impegnano in questo. Perfezionare difficili principi teorici? Se ne occuperanno altri anche di questo.
Dove dunque egli era davvero qualcuno e voleva esserlo? Là dove stanno il danno e il beneficio. «Se qualcuno può danneggiarmi», dice, «non sto facendo nulla; se aspetto un altro perché mi giovi, non sono nulla. Voglio qualcosa e non accade: sono infelice.»
A una gara di questo genere sfidava chiunque, e non credo che avrebbe ceduto il campo a nessuno. Come pensate? Proclamando e dicendo: «Io sono fatto così»? Non sia mai: essendo davvero così.
Perché anche questo è proprio di uno stolto e di un millantatore: «Io sono libero dalle passioni e imperturbabile. Sappiate, uomini, che mentre voi siete agitati e sconvolti per cose che non valgono nulla, io solo sono libero da ogni turbamento».
Dunque non ti basta non soffrire, se non proclami: «Venite tutti, voi che avete la gotta, mal di testa, febbre, voi zoppi e ciechi, e guardatemi: sono sano da ogni male»?
Questo è vuoto e fastidioso, a meno che tu non sappia, come Asclepio, mostrare subito con quale cura anche loro possano guarire e non presenti a questo scopo la tua stessa salute come esempio.
Di questo genere è infatti il Cinico che Zeus ha ritenuto degno dello scettro e del diadema e che dice: «Perché vediate, uomini, che cercate la felicità e l’imperturbabilità non dove sono, ma dove non sono, ecco: io vi sono stato mandato da Dio come esempio, senza possedimenti, senza casa, senza moglie, senza figli, senza neppure un giaciglio, una tunica o un utensile;
e guardate come sono sano. Mettetemi alla prova e, se mi vedete imperturbabile, ascoltate i rimedi e grazie a che cosa sono stato curato».
Questo è ormai anche amore per gli uomini e nobiltà. Ma guardate di chi è questo compito: di Zeus, o di colui che egli ritiene degno di tale servizio, affinché non lasci mai intravedere davanti alla gente nulla che possa invalidare la testimonianza che egli stesso rende alla virtù e contro le cose esterne: «né impallidendo nel bel volto, né asciugandosi lacrime dalle guance».
E non soltanto questo: neppure desiderando o cercando qualcosa, una persona, un luogo o un modo di trascorrere il tempo, come i bambini la vendemmia o le vacanze; ovunque rivestito di rispetto di sé, come gli altri di muri, porte e portinai.
Ora invece, appena provano un moto verso la filosofia, come quelli dallo stomaco guasto verso un cibo che poco dopo li nausea, subito si precipitano verso lo scettro, verso la regalità. Si è lasciato crescere i capelli, ha indossato il mantello, mostra la spalla nuda, litiga con chi incontra; e se vede qualcuno con un mantello pesante, litiga anche con lui.
Uomo, allenati prima nell’inverno. Guarda il tuo impulso, che non sia quello di uno con lo stomaco guasto o di una donna incinta con le voglie. Esercitati anzitutto a non essere riconosciuto per ciò che sei; filosofa per un po’ di tempo per te stesso.
Così nasce il frutto: il seme deve restare sepolto per un certo tempo, nascosto, crescere poco alla volta, perché giunga a maturazione. Se invece produce la spiga prima che sia cresciuto il culmo articolato, è immaturo, da giardino di Adone.
Una pianticella del genere sei anche tu: sei fiorito prima del tempo, l’inverno ti brucerà.
Guarda che cosa dicono i contadini dei semi quando arriva il caldo prima del tempo: temono che crescano troppo rigogliosi e che poi un solo gelo, cogliendoli, ne riveli la debolezza.
Bada anche tu, uomo: sei cresciuto troppo in fretta, ti sei precipitato verso un po’ di fama prima del tempo; credi di essere qualcuno, stolto fra stolti. Sarai gelato; anzi, sei già gelato alla radice, sotto terra, mentre la parte superiore fiorisce ancora un poco, e per questo ti sembra di essere ancora vivo e rigoglioso.
Lascia che maturiamo secondo natura. Perché ci spogli, perché ci forzi? Non siamo ancora capaci di sopportare l’aria. Lascia crescere la radice, poi spuntare il primo nodo, poi il secondo, poi il terzo; allora il frutto verrà fuori da sé secondo natura, anche se io non lo voglio.
Chi infatti, divenuto gravido e pieno di principi tanto grandi, non avverte la propria preparazione e non si muove verso le azioni che le corrispondono?
Un toro non ignora la propria natura e preparazione quando compare una belva, né aspetta qualcuno che lo inciti; e neppure un cane, quando vede un animale selvatico.
E io, se possedessi la preparazione dell’uomo buono, aspetterei che fossi tu a prepararmi alle azioni che mi sono proprie? Ora però non la possiedo ancora, credimi. Perché dunque vuoi farmi inaridire prima del tempo, come ti sei inaridito tu?