Diatriba II.18 — Come lottare contro le rappresentazioni

Libro II · 32 sezioni · II 18
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Ogni abitudine e ogni capacità si conserva e cresce mediante gli atti che le sono propri: la capacità di camminare camminando, quella di correre correndo.
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Se vuoi diventare capace di leggere, leggi; se vuoi diventare capace di scrivere, scrivi. Ma se per trenta giorni di seguito non leggi e fai qualcos’altro, vedrai che cosa accade.
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Allo stesso modo, se resti sdraiato per dieci giorni, quando ti alzi prova a fare una lunga camminata e vedrai come ti cedono le gambe.
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In generale, dunque, se vuoi fare qualcosa, fanne un’abitudine; se vuoi non farla, non farla, ma abituati piuttosto a fare qualcos’altro al suo posto.
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Lo stesso vale per le cose dell’anima: quando ti adiri, sappi che non soltanto ti è accaduto questo male, ma hai anche rafforzato l’abitudine e, come su un fuoco, vi hai gettato delle fascine.
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Quando sei vinto in un rapporto sessuale con qualcuno, non considerare soltanto questa singola sconfitta, ma anche il fatto che hai nutrito e accresciuto la tua incontinenza.
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È infatti impossibile che, dagli atti corrispondenti, abitudini e capacità non si formino, alcune quando prima non esistevano, e altre non si intensifichino e si rafforzino.
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È così, appunto, che secondo i filosofi insorgono anche le malattie dell’anima. Quando infatti hai desiderato una volta il denaro, se interviene un ragionamento capace di farti prendere coscienza del male, il desiderio cessa e la nostra facoltà direttiva ritorna alla condizione originaria;
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ma se non applichi alcun rimedio, non ritorna più alla stessa condizione: quando viene di nuovo eccitata dalla rappresentazione corrispondente, si infiamma verso il desiderio più rapidamente di prima. E, se questo accade di continuo, alla fine si forma un callo e la malattia consolida l’avidità di denaro.
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Chi ha avuto la febbre e poi ne è guarito non si trova infatti nella stessa condizione in cui era prima di averla, se non viene curato completamente.
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Qualcosa di simile accade anche con le passioni dell’anima. In essa restano certe tracce e lividi; se non vengono cancellati bene, quando si è di nuovo frustati negli stessi punti non si producono più lividi, ma piaghe.
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Se dunque vuoi non essere iracondo, non nutrire la tua abitudine, non gettarle nulla che possa farla crescere. Dapprima resta tranquillo e conta i giorni in cui non ti sei adirato.
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«Ero solito adirarmi ogni giorno; ora un giorno sì e uno no, poi ogni due giorni, poi ogni tre.» E se ne lasci passare anche trenta, offri un sacrificio a Dio. L’abitudine infatti dapprima si indebolisce, poi viene del tutto eliminata.
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«Oggi non mi sono afflitto, né il giorno seguente, né poi per due o tre mesi; e quando sono accadute cose capaci di provocarmi, sono rimasto attento.» Sappi che te la stai cavando bene.
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«Oggi, vedendo un bel giovane o una bella donna, non mi sono detto: “Magari si potesse andare a letto con lei”, né: “Beato suo marito”.» Perché chi dice questo dice anche: «Beato anche l’adultero»;
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e neppure mi dipingo ciò che segue: lei presente, che si spoglia e si sdraia accanto a me.
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Mi accarezzo la testa e dico: «Bravo, Epitteto: hai risolto un bel piccolo sofisma, molto più raffinato dell’argomento Dominatore.»
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E se poi la donna stessa lo vuole, mi fa cenno, mi manda messaggi, mi tocca e mi si avvicina, e io mi astengo e vinco, questo sofisma supera già il Mentitore e il Quiescente. Di questo sì che vale la pena andare fieri, non del saper proporre l’argomento Dominatore.
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Come si può riuscirci, dunque? Comincia finalmente a voler piacere a te stesso, a voler apparire bello a Dio; desidera essere puro, in compagnia di te stesso puro e di Dio.
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Poi, quando ti si presenta una rappresentazione del genere, Platone dice: va’ alle purificazioni, va’ supplice ai templi degli dèi che allontanano il male;
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ma basta anche che tu ti ritiri nella compagnia di uomini nobili e buoni e rimanga presso di loro confrontandoti con loro, che tu ne abbia davanti uno vivo oppure morto.
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Va’ da Socrate e guardalo sdraiato accanto ad Alcibiade, mentre si prende gioco della sua bellezza. Pensa a quale vittoria egli seppe di aver riportato su se stesso, a quali Olimpiadi, a quale posto dopo Eracle; tanto che, per gli dèi, si potrebbe a buon diritto salutarlo: «Salve, uomo straordinario!» — non questi pugili e pancraziasti marci, né quelli simili a loro, i gladiatori.
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Ponendo queste cose di fronte alla rappresentazione, la vincerai e non sarai trascinato da essa.
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Ma anzitutto non lasciarti travolgere dalla sua rapidità: di’ invece: «Aspettami un poco, rappresentazione; lascia che veda chi sei e di che cosa ti occupi, lascia che ti metta alla prova.»
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E poi non permetterle di procedere dipingendoti ciò che viene dopo. Altrimenti ti porta via con sé dove vuole. Introduci piuttosto, in opposizione, un’altra rappresentazione bella e nobile e scaccia questa sudicia.
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E se ti abitui a esercitarti così, vedrai che spalle ti vengono, che nervi, che vigore. Ora, invece, soltanto piccoli ragionamenti e niente di più.
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Questo è il vero atleta: chi si esercita contro rappresentazioni di questo genere.
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Resisti, disgraziato, non lasciarti trascinare. Grande è la lotta, divina l’impresa: è per la sovranità, per la libertà, per la serenità, per l’imperturbabilità.
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Ricordati di Dio; invocalo come aiuto e sostegno, come i naviganti invocano i Dioscuri durante una tempesta. Quale tempesta, infatti, è più grande di quella prodotta da rappresentazioni potenti e capaci di scacciare la ragione? E la tempesta stessa che cos’è, se non una rappresentazione?
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Togli infatti la paura della morte e fa’ pure venire quanti tuoni e fulmini vuoi: vedrai quanta calma e quanta serenità vi sono nella facoltà direttiva.
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Ma se, sconfitto una volta, dici che vincerai in seguito, e poi fai di nuovo lo stesso, sappi che finirai per trovarti in una condizione tanto cattiva e debole da non accorgerti neppure più di sbagliare e da cominciare anzi a procurarti giustificazioni per ciò che fai;
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e allora confermerai che è vero il detto di Esiodo: «Chi rimanda sempre si dibatte nelle sciagure.»