Solo per l’essere razionale è insopportabile ciò che è irragionevole; ciò che è ragionevole, invece, è sopportabile.
Diatriba I.2 — Come mantenere in ogni circostanza ciò che si addice al proprio ruolo
Le percosse non sono per natura insopportabili. — In che modo? — Guarda: gli Spartani si lasciano flagellare, perché hanno imparato che è ragionevole.
— E impiccarsi non è forse insopportabile? — Quando uno arriva a ritenere che sia ragionevole, va e si impicca.
In generale, se prestiamo attenzione, vedremo che l’essere vivente non è oppresso da nulla quanto da ciò che è irragionevole, e da nulla è attratto quanto da ciò che è ragionevole.
Ma ciò che appare ragionevole o irragionevole varia da persona a persona, così come variano il bene e il male, ciò che è vantaggioso e ciò che è svantaggioso.
Per questo abbiamo soprattutto bisogno di educazione: per imparare ad applicare, in accordo con la natura, la prenozione di ciò che è ragionevole e irragionevole ai singoli casi concreti.
Nel giudicare ciò che è ragionevole e irragionevole, però, non consideriamo soltanto il valore delle cose esterne, ma ciascuno anche ciò che si addice al proprio ruolo.
Per uno, per esempio, può essere ragionevole reggere il vaso da notte, se guarda soltanto a questo: che, se non lo regge, riceverà percosse e non avrà da mangiare; se invece lo regge, non subirà nulla di duro o doloroso.
A un altro, invece, non sembra insopportabile soltanto reggerlo lui stesso, ma anche tollerare che lo regga un altro.
Se dunque mi chiedi: «Devo reggere il vaso da notte oppure no?», ti dirò che ricevere da mangiare ha più valore che non riceverlo, e che essere picchiato è peggio che non esserlo; perciò, se misuri ciò che ti riguarda in base a queste cose, va’ e reggilo.
«Ma questo non sarebbe conforme a me.» Questo devi aggiungerlo tu alla riflessione, non io. Sei tu infatti che conosci te stesso, quanto vali ai tuoi stessi occhi e a quale prezzo vendi te stesso: uomini diversi si vendono a prezzi diversi.
Per questo Agrippino, a Floro che rifletteva se dovesse recarsi agli spettacoli di Nerone e parteciparvi anche lui con qualche esibizione, disse: «Vacci.»
E quando quello gli chiese: «Perché tu non ci vai?», rispose: «Perché io non mi pongo nemmeno il problema.»
Chi infatti si mette una volta a discutere su cose simili, calcolando anche il valore delle cose esterne, è già vicino a quelli che hanno dimenticato il proprio ruolo.
Perché mi chiedi: «È preferibile la morte o la vita?» Io dico: la vita.
«Il dolore o il piacere?» Dico: il piacere. «Ma se non recito in tragedia, mi faranno decapitare.» E allora va’ e recita; io invece non reciterò.
«Perché?» Perché tu ritieni di essere uno dei fili che compongono una tunica. E allora? Devi preoccuparti di non essere diverso dagli altri uomini, come neppure il filo vuole avere qualcosa di particolare rispetto agli altri fili.
Io invece voglio essere la porpora, quella piccola parte brillante che fa apparire decoroso e bello tutto il resto. Perché dunque mi dici: «Renditi simile ai molti»? E come potrei allora essere ancora porpora?
Questo comprese anche Prisco Elvidio, e agì di conseguenza. Quando Vespasiano gli mandò a dire di non entrare in Senato, rispose: «È in tuo potere impedirmi di essere senatore; ma finché lo sono, devo entrare.»
«Va bene», disse, «entra pure, ma taci.» «Non chiedermi il mio parere e tacerò.» «Ma devo chiedertelo.» «E io devo dire ciò che mi sembra giusto.» «Ma se lo dirai, ti ucciderò.»
«E quando ti ho detto che sono immortale? Tu farai la tua parte e io la mia. A te spetta uccidere, a me morire senza tremare; a te mandarmi in esilio, a me partire senza affliggermi.»
Che utilità portò dunque Prisco, essendo uno solo? E quale utilità porta la porpora alla veste? Che altro, se non risaltare in essa come porpora e offrire anche agli altri un bell’esempio?
Un altro, se Cesare gli avesse detto in una circostanza simile di non presentarsi in Senato, avrebbe risposto: «Ti ringrazio di risparmiarmi.»
Uno così non gli avrebbe nemmeno impedito di entrare: sapeva infatti che se ne sarebbe stato seduto come un vaso di terracotta oppure, se avesse parlato, avrebbe detto ciò che sapeva che Cesare voleva, aggiungendovi anche molto altro.
Allo stesso modo un atleta, che rischiava di morire se non gli fosse stato amputato l’organo genitale, quando suo fratello — che era filosofo — venne da lui e gli disse: «Su, fratello, che cosa farai? Amputiamo questa parte e torniamo ancora in palestra?», non acconsentì, ma resistette e morì.
E quando qualcuno domandò: «Come fece questo? Come atleta o come filosofo?», rispose: «Come uomo; e come uomo che era stato proclamato atleta a Olimpia e vi aveva gareggiato, che aveva vissuto in un ambiente simile, non uno che si ungeva soltanto nella palestra di Batone.»
Un altro si sarebbe lasciato tagliare perfino il collo, se avesse potuto vivere senza collo.
Questo è ciò che significa ciò che è conforme al proprio ruolo: è così forte in coloro che sono abituati a introdurlo spontaneamente nelle proprie valutazioni.
«Su dunque, Epitteto, rasati.» Se sono filosofo, dico: «Non mi raso.» «Ma ti taglierò il collo.» Se per te è meglio, taglialo.
Qualcuno domandò: «Come farà dunque ciascuno di noi a riconoscere ciò che si addice al proprio ruolo?» — «Come fa il toro», rispose, «quando arriva il leone, a riconoscere da solo la propria forza e a farsi avanti in difesa di tutta la mandria? Non è forse chiaro che, insieme al possesso di quella forza, nasce subito anche la consapevolezza di averla?»
Allo stesso modo, chi di noi possiede una simile disposizione non la ignorerà.
Ma un toro non nasce all’improvviso, né un uomo valoroso: bisogna allenarsi d’inverno, prepararsi, e non gettarsi alla cieca in cose che non ci riguardano affatto.
Considera soltanto a quale prezzo vendi la tua scelta morale. Uomo, se non altro per questo, non venderla a poco. Ciò che è grande e fuori del comune forse spetta ad altri, a Socrate e a quelli come lui.
— Ma allora, se siamo fatti per questo, perché non diventano così tutti, o almeno molti? — Forse tutti i cavalli diventano veloci? Tutti i cani diventano bravi a seguire le tracce?
E allora? Poiché sono poco dotato, per questo rinuncerò a prendermene cura?
Niente affatto. Epitteto non sarà migliore di Socrate; ma se non sarà peggiore, questo mi basta.
Infatti non sarò neppure Milone, e tuttavia non trascuro il corpo; né sarò Creso, e tuttavia non trascuro i possedimenti; né, in generale, smettiamo di prenderci cura di qualcosa solo perché disperiamo di raggiungere il grado più alto.