3 Il fattore generale e la positive manifold
Chi va bene in un test cognitivo tende ad andare bene anche negli altri. Non in tutti allo stesso modo, non sempre, ma con una regolarità che più di un secolo di ricerca non è riuscito a smentire. Vocabolario e rotazione mentale, memoria di cifre e ragionamento con le matrici, aritmetica e velocità nel confrontare simboli: compiti che non si assomigliano in nulla producono punteggi correlati positivamente. Questo fatto ha un nome, positive manifold, ed è il punto di partenza obbligato di ogni teoria dell’intelligenza.
Strumenti → Per seguire questo capitolo basta l’idea intuitiva: una correlazione positiva fra due prove significa che chi va bene nell’una tende ad andare bene anche nell’altra. Come se ne misura e se ne giudica la grandezza: Correlazione e differenze individuali.
La domanda è se l’intelligenza sia una cosa sola o molte. Assomiglia alla personalità, che si descrive con diverse dimensioni distinte? Oppure tutto tende a convergere su un’unica dimensione? E il QI riflette qualcosa di reale, con basi biologiche, o è solo la somma di abilità diverse a cui si è dato un nome solo? Lo studio dell’intelligenza ha oscillato a lungo fra un approccio unitario e uno multiplo. Questo capitolo presenta il primo, nella forma che gli diede Charles Spearman. Il prossimo presenta le alternative e la sintesi gerarchica oggi prevalente.
3.1 Perché le prestazioni correlano?
Un’associazione fra due misure ammette poche spiegazioni di principio: A causa B, B causa A, le due si influenzano a vicenda, oppure una terza variabile influenza entrambe. Applichiamole a due prove cognitive. Che il vocabolario causi direttamente la capacità di ruotare mentalmente una figura è implausibile, almeno nel presente di un adulto. Che accada il contrario, altrettanto. Resta l’ipotesi più semplice: una causa comune. Un’influenza reciproca accumulata durante lo sviluppo non è esclusa, ed è la base delle alternative discusse negli approfondimenti finali; ma richiede una storia più lunga da raccontare.
Nel 1904 Spearman pubblicò un’analisi delle correlazioni fra misure molto eterogenee, raccolte su bambini delle scuole: voti in varie materie, discriminazioni sensoriali, giudizi degli insegnanti. Notò che tutte le correlazioni erano positive e che il loro schema poteva essere spiegato da un unico fattore sottostante, comune a tutte le misure, più una componente specifica di ciascuna (Spearman, 1904). Chiamò il primo fattore generale, o g; le seconde fattori specifici, o s.
Gli indicatori usati da Spearman erano rudimentali. Pochi anni dopo Binet e Simon avrebbero costruito le prime batterie di prove cognitive simili a quelle moderne. Ma l’idea era già completa: le prestazioni osservate sono indizi di una capacità comune che non si osserva direttamente.
3.2 Un fattore latente, spiegato con lo sport
L’idea di fattore latente è più intuitiva di quanto sembri. Prendiamo un esempio che con l’intelligenza non ha nulla a che fare. Misuriamo in un ampio gruppo di persone il tempo per nuotare una vasca, il tempo per percorrere dieci chilometri in bicicletta, la lunghezza di un salto, la precisione nei tiri liberi a basket. Nella popolazione generale queste prestazioni saranno correlate. Chi nuota velocemente tende anche a pedalare velocemente e a saltare lontano.
Perché? Non perché il nuoto migliori il salto. Esistono caratteristiche comuni che favoriscono tutte queste attività: forza muscolare, coordinazione, composizione corporea, flessibilità, età. Possiamo chiamarle insieme «atleticità». Ogni prova dipende inoltre da componenti specifiche, come l’allenamento in quella disciplina o la statura per il basket. Un modello con un fattore generale e tanti fattori specifici spiega le correlazioni in modo parsimonioso. Fra atleti olimpici, molto selezionati e specializzati, le correlazioni potrebbero quasi sparire; nella popolazione generale sono forti. La Figura 3.2 traduce l’esempio in un modello, e la Figura 3.1 mostra che è lo stesso schema proposto da Spearman.
Lo stesso schema vale per la personalità. Le risposte ad affermazioni come «mi piace conoscere persone nuove», «mi riesce facile iniziare una conversazione con uno sconosciuto», «mi piace essere al centro dell’attenzione» sono correlate, ed è su questa correlazione che si costruiscono i questionari di personalità. Il fattore comune si chiama estroversione (Figura 3.3). Dietro c’è probabilmente un intreccio di livelli diversi: la sensibilità dei sistemi di ricompensa agli stimoli sociali, la ricerca di sensazioni, migliaia di varianti genetiche, poche delle quali identificate. Nessuno osserva direttamente il fattore; lo si inferisce dalle correlazioni e lo si usa perché spiega e prevede. Un item formulato al contrario, come «mi sento a disagio fra molta gente», ha un peso negativo: chi è più estroverso tende a dare punteggi più bassi.
3.3 Che cos’è, e che cosa non è, g
La teoria di Spearman è il primo caso storico di definizione di un fattore latente in psicologia. Oggi i fattori latenti si usano ovunque, dalla psicometria all’economia alla biostatistica. Conviene quindi chiarire bene che cosa si intende.
g si chiama latente perché non si osserva direttamente. Nessuno dei punteggi ottenuti nei test è la cosa che interessa; tutti servono solo da misure indirette. Nell’esempio sportivo si potrebbe in teoria misurare la forza o la coordinazione. Nel caso dell’intelligenza, in pratica, no.
g non è necessariamente una cosa sola. Anzi, si ipotizza che sia l’aggregato di moltissimi fattori: varianti genetiche, caratteristiche del cervello, esperienze, condizioni di sviluppo. Lo si tratta come unitario perché questi fattori, nei dati comportamentali, non si lasciano separare: agiscono tutti nella stessa direzione su tutte le prove. Il «fattore» è un riassunto statistico di cause comuni, non un organo o una sostanza.
Infine, g è utile perché è una spiegazione parsimoniosa e perché prevede cose rilevanti. Vale finché ha questa validità predittiva. Se domani un modello con più dimensioni spiegasse meglio le correlazioni fra prove e gli esiti nella vita reale, g andrebbe rivisto.
3.4 «Se non vedo, non credo»
A molti l’idea di lavorare con qualcosa che non si vede sembra sospetta. È una diffidenza rispettabile, condivisa da tradizioni importanti: il comportamentismo radicale, l’operazionalismo, alcune teorie moderne che spiegano le correlazioni fra abilità senza ricorrere a un fattore comune, di cui si parla negli approfondimenti finali.
Concentrarsi su ciò che si osserva è giusto. Ma spesso la spiegazione dei fenomeni impone di postulare qualcosa che non si osserva. Il comportamentismo radicale entrò in crisi proprio di fronte a fenomeni come l’apprendimento latente e l’acquisizione del linguaggio, che richiedevano di ipotizzare rappresentazioni interne; da quella crisi nacquero le scienze cognitive. Fuori dalla psicologia, la cosmologia attribuisce gran parte della massa dell’universo a una «materia oscura» mai osservata direttamente, ma necessaria per spiegare la dinamica delle galassie. Il paragone con g è naturale: qualcosa che deve esserci per dare conto dei dati, anche se non si riesce ancora a osservarlo direttamente.
L’analogia ha un limite a favore di g. Per l’intelligenza si conoscono già alcune componenti: varianti genetiche comuni e caratteristiche del cervello associate al fattore generale. Spiegano però una quota ancora piccola delle differenze. Ne parleremo nei capitoli sulla genetica e sul cervello.
3.5 Quanto è solido il fattore generale
Che il fattore generale sia un risultato robusto lo mostrano due tipi di evidenza. Il primo è la sua ubiquità. Nella più ampia rianalisi mai condotta delle correlazioni fra test cognitivi, Carroll esaminò oltre quattrocento insiemi di dati raccolti in decenni di ricerca: la positive manifold e un fattore generale emergevano in modo sistematico (Carroll, 1993).
Il secondo è la sua indipendenza dalle prove usate per stimarlo. Se g fosse solo il fattore comune di una batteria particolare, batterie diverse dovrebbero produrre g diversi. In uno studio su adulti che avevano svolto tre batterie complete e diverse fra loro, i fattori generali stimati separatamente correlavano fra loro quasi perfettamente (Johnson et al., 2004). È la versione moderna dell’«indifferenza dell’indicatore» di Spearman: purché le prove siano abbastanza numerose e varie, il fattore generale che se ne ricava è sostanzialmente lo stesso.
Per questo g, pur con una parte di nebulosità teorica, resta una nozione centrale e largamente accettata nella ricerca sull’intelligenza (Deary, 2012; Gottfredson, 1997). Oggi viene inserito in un quadro gerarchico, meno rigido dell’unitarismo originario, ma non è stato abbandonato.
3.6 I limiti della teoria unitaria
La teoria unitaria classica ha però tre limiti seri, che le teorie successive hanno cercato di superare.
Il primo è l’assenza di una teoria psicologica. Il fattore generale descrive che le prestazioni covariano, ma non dice quale processo mentale le accomuni. Velocità di elaborazione? Memoria di lavoro? Controllo dell’attenzione? Efficienza delle connessioni cerebrali? In senso minimo g indica solo «cause comuni». Per questo è stato sospettato di essere un epifenomeno statistico reificato, cioè un’astrazione trattata come se fosse una cosa. Il sospetto non tocca l’utilità pratica del QI, che nessuno contesta seriamente, ma il suo statuto teorico.
Il secondo è la dipendenza dalla scelta delle prove. Il fattore comune di una batteria è il fattore comune delle prove che contiene. Le prime scale storiche erano piene di prove verbali, e il loro fattore generale era sbilanciato di conseguenza. Il risultato sull’equivalenza dei g stimati da batterie diverse attenua il problema, ma solo per batterie ampie e ben bilanciate.
Il terzo è la sottovalutazione dei fattori specifici. Se tutto ciò che conta è g, le differenze fra le abilità di una persona diventano rumore. Ma un punto di forza nelle abilità visuospaziali o una debolezza selettiva nel linguaggio possono essere rilevanti per capire un caso clinico o una scelta di studi. L’esistenza di un fattore generale non implica che non esista nient’altro.
Questi limiti non sono stati ignorati. Hanno alimentato un secolo di teorie alternative, con fortune molto diverse. Alcune hanno lasciato contributi duraturi; altre hanno avuto più successo nelle scuole che nei dati. Il prossimo capitolo le esamina e mostra come la ricerca sia arrivata a una sintesi.