20  Altre intelligenze o vecchi costrutti con un nome nuovo?

La visione dominante dell’intelligenza è potente. Un singolo fattore generale riassume gran parte della varianza interpretabile nei test cognitivi, si misura in modo rapido e affidabile, prevede esiti importanti. Proprio questa potenza alimenta due domande. Il fattore generale è davvero tutto? Esistono altre intelligenze che i test non colgono? Questo approfondimento affronta la seconda domanda attraverso il caso più noto, l’intelligenza emotiva. Il prossimo affronta una domanda ancora più radicale: se g esista davvero.

20.1 Una buona idea

Le emozioni esistono e contano. Regolare le proprie emozioni aiuta a funzionare meglio. Capire quelle degli altri e comportarsi di conseguenza è altrettanto importante. Nessuno lo contesta. L’idea di intelligenza emotiva nasce qui: esisterebbe una capacità di percepire, comprendere, usare e regolare le emozioni, diversa dall’intelligenza cognitiva e altrettanto importante (Salovey & Mayer, 1990). Negli anni Novanta un libro di grande successo la presentò al pubblico come fattore decisivo del successo nella vita, persino più del QI (Goleman, 1995).

Le domande da porre sono quelle che si pongono per qualsiasi costrutto. Esiste davvero una capacità mentale identificabile dietro questa etichetta? È misurabile in modo abbastanza attendibile per la ricerca e la clinica? Aggiunge qualcosa a ciò che sappiamo già misurare? E, se sì, è necessario chiamarla «intelligenza»?

20.2 Due modi di misurarla

L’intelligenza emotiva si misura in due modi molto diversi, che corrispondono in pratica a due costrutti diversi.

Il primo la tratta come un’abilità. Si presentano scenari e si chiede di riconoscere l’emozione più probabile di un personaggio, o di valutare quanto una certa azione aiuterebbe qualcuno a mantenere il buon umore. Le risposte vengono confrontate con un criterio. Qui sorge il primo problema: qual è la risposta corretta? Spesso quella scelta dalla maggioranza, o da un gruppo di esperti. È un criterio molto diverso dalla soluzione di una matrice.

Il secondo la tratta come un tratto e la misura con questionari autodescrittivi. Le affermazioni riguardano l’autostima, la soddisfazione per la propria vita, la facilità a calmarsi, il controllo degli impulsi, la capacità di esprimere affetto, l’assertività (Petrides & Furnham, 2001). Chi conosce i questionari di personalità vi riconoscerà molti contenuti familiari.

20.3 Che cosa misurano davvero

Gli stessi proponenti della versione come abilità hanno ridimensionato gli entusiasmi giornalistici (Mayer et al., 2008). I punteggi correlano attorno a 0,2–0,3 con il rendimento scolastico e la prestazione lavorativa: valori apprezzabili, ma lontani dalle promesse. Le prove di abilità emotiva correlano in misura moderata con l’intelligenza verbale, e le loro diverse componenti correlano fra loro in modo molto variabile, da deboli a moderate.

Per la versione come tratto il problema è la sovrapposizione con la personalità. I punteggi correlano fortemente, in senso negativo, con il nevroticismo e, positivamente, con estroversione e coscienziosità. Una meta-analisi ha trovato che l’intelligenza emotiva di tratto coincide quasi completamente con un fattore generale della personalità, che riassume i poli socialmente desiderabili dei cinque grandi tratti (van der Linden et al., 2017).

La domanda decisiva è quindi quella della validità incrementale: tolti il fattore cognitivo generale e i tratti di personalità già noti, resta qualcosa che prevede gli esiti? Le analisi più accurate rispondono che resta poco. Nel lavoro, l’intelligenza emotiva aggiunge una piccola quota di previsione rispetto ad abilità cognitive e personalità, più per i questionari che per le prove di abilità, e in parte proprio perché i questionari includono contenuti di autovalutazione e motivazione che altri strumenti non misurano (Joseph & Newman, 2010).

C’è poi un problema pratico, rilevante soprattutto nella selezione del personale, dove questi strumenti sono molto usati. Un questionario autodescrittivo si può falsare: chi vuole fare buona impressione sa quali risposte sono desiderabili. In un esperimento, i partecipanti a cui era stato chiesto di presentarsi nel modo migliore possibile hanno alzato in modo sensibile i propri punteggi in un questionario di intelligenza emotiva, mentre non sono riusciti a farlo in una prova di abilità emotiva (Day & Carroll, 2008). È lo stesso motivo per cui nessuno misurerebbe l’intelligenza cognitiva chiedendo alle persone quanto si ritengono brillanti. Una misura di prestazione ha i suoi problemi di criterio; una misura autodescrittiva ha quelli di sincerità e di conoscenza di sé.

20.4 Una lista di qualità desiderabili

Il problema di fondo è concettuale. Nelle versioni più diffuse, l’intelligenza emotiva è un insieme troppo ampio e malleabile per essere un costrutto unitario: empatia, autoregolazione, ottimismo, leadership, abilità sociali, motivazione, resilienza. Assomiglia più a un elenco di caratteristiche desiderabili che a una capacità mentale con una struttura propria.

E perché chiamarla «intelligenza»? Già per il fattore cognitivo generale la parola è un’etichetta che accettiamo per la sua utilità pratica, consapevoli del rischio di reificazione. Estenderla a costrutti psicometricamente più deboli non aggiunge chiarezza. Aggiunge prestigio.

Questo non significa che competenze emotive e sociali non esistano o non contino. Significa che, per studiarle bene, conviene descriverle con costrutti precisi e misure valide, e verificare ogni volta che non siano vecchie conoscenze travestite.

20.5 Jingle, jangle e la proliferazione delle etichette

L’intelligenza emotiva non è un caso isolato. Autoefficacia, grinta, resilienza, mentalizzazione, soft skills, flessibilità, competenza emotiva, agency: la psicologia della personalità, della motivazione, del benessere e del lavoro produce di continuo nuove etichette. Due errori classici aiutano a orientarsi.

  • La fallacia jingle consiste nel dare lo stesso nome a costrutti diversi: due questionari di «resilienza» possono misurare cose differenti.
  • La fallacia jangle consiste nel dare nomi diversi allo stesso costrutto: una nuova scala con un nome nuovo può misurare, nella sostanza, un tratto di personalità noto da decenni (Lawson & Robins, 2021).

La seconda è particolarmente frequente in psicologia, dove ogni gruppo di ricerca tende a costruirsi i propri strumenti. Un’analisi di migliaia di questionari ha mostrato che la maggior parte delle misure psicologiche viene usata pochissime volte, spesso solo dagli autori che le hanno create (Elson et al., 2023). Il risultato è una letteratura frammentata, difficile da cumulare, in cui la novità del nome sostituisce la novità della scoperta.

Il rimedio non è vietare i nuovi costrutti, ma chiedere loro tre cose: una definizione che li distingua da quelli esistenti; una misura che non correli così tanto con costrutti noti da esserne un duplicato; e la prova che prevedano qualcosa di rilevante al di là di ciò che quei costrutti già prevedono. Il fattore generale dell’intelligenza ha superato queste prove. Le altre «intelligenze», per ora, molto meno.

In breve
  • L’intelligenza emotiva come abilità si sovrappone in parte all’intelligenza cognitiva; come tratto autodescritto, quasi completamente alla personalità.
  • La sua validità incrementale rispetto a intelligenza e personalità è piccola.
  • Il costrutto è spesso un insieme eterogeneo di qualità desiderabili; chiamarlo «intelligenza» aggiunge prestigio più che chiarezza.
  • Le fallacie jingle e jangle e la proliferazione di strumenti poco usati sono problemi diffusi; ogni nuovo costrutto deve dimostrare di essere distinto e utile.

Riferimenti bibliografici